martedì 27 settembre 2016

San Giovanni al Monte, Quarona





A volte si scoprono piccoli gioielli vicini a casa e ci rendiamo conto  di non averne mai sentito parlare, è quello che è successo a noi lo scorso Agosto quando siamo stati a visitare la bellissima chiesa romanica di San Giovanni al monte situata in un ombroso bosco nel comune di Quarona









Era un po' che l'idea di andarci mi ronzava in testa ma poi, come spesso accade, si viene travolti da mille idee a le cose più semplici e più vicine vengono lasciate lì. in attesa. 
Questa volta invece, con la nostra amica Adriana, abbiamo affrontato il caldo di Agosto e abbiamo iniziato la salita che attraverso il bosco porta fino al sagrato della chiesa.









Una bella passeggiata, non troppo ripida, molto ombrosa, con splendida vista sulle montagne...
e poi lo stupore nel trovarsi davanti alla chiesa, non me l'aspettavo, davvero splendida, ricca di affreschi e di storia secolare. 









La grande fortuna è stata quella di essere in pochissimi ( 4 persone ) e di aver avuto una guida davvero molto preparata e disponibile che ci ha aiutati a ricostruire tutta la storia della chiesa, a " leggere " il ciclo degli affreschi, ci ha fatto conoscere storie e leggende e ha saputo tenere viva l'attenzione  di tutti.








Isolata e suggestiva, alta sulle pendici boscose del monte Tucri, la chiesa di San Giovanni è davvero il capolavoro dell'arte religiosa valsesiana. la primitiva costruzione risale ai tempi della prima cristianizzazione della valle, tra il IV  e V secolo, probabilmente ad opera di legionari romani che qui eressero una postazione di guardia.









Più tardi, prima del IX secolo, venne aggiunto un battistero, dedicato al Battista, con la creazione di due navate. Altri interventi di ampliamento portarono la chiesa, verso il XII secolo, ad assumere la singolare architettura attuale.









All'esterno, a lato della semplice e bellissima facciata a capanna, venne elevato il campanile in pietra di epoca romanica, anch'esso più volte rimaneggiato.








Tra il XIV  e XVI secolo, oltre a varie ristrutturazioni, si completò una estesa campagna decorativa che ha conferito a San Giovanni la straordinaria qualità artistica ancora oggi visibile, grazie anche ai lavori di restauro e consolidamento promossi negli anni 1951/ 1953 dal quaronese ing. Rolandi.








In San Giovanni al Monte troviamo le più antiche testimonianze della pittura valsesiana, a cominciare dal ciclo duecentesco di ispirazione romanica che raffigura la Madonna in trono circondata da Santi.









Nell'abside destra negli affreschi di inizio trecento, ritroviamo la Vergine incoronata dal Figlio e i Santi nello stile della tradizione liturgica medioevale.









Nel XV secolo i cicli pittorici sono particolarmente numerosi: quello sulla vita di Gesù composto da 28 scene, occupa la parete meridionale  della seconda e terza campata della navata destra.









In un  affresco del 1489, presso la porta d'entrata, ritroviamo il tema del martirio della Beata Panacea avvenuto poco lontano.










Agli ultimi anni del quattrocento risale anche una Pietà su legno proveniente da una cappella situata in basso, verso Borgosesia, e demolita nel 1884 per far posto alla linea ferroviaria.








Gaudenzio Ferrari arricchì la chiesa di un Polittico oggi smembrato e conservato, solo in parte, nella Pinacoteca di Varallo e nella chiesa di Sant'Antonio a Quarona.









Io l'ho trovata veramente bellissima , un piccolo gioiello da conservare gelosamente.








La giornata si è conclusa con un gelato nella Yogurteria di Varallo, particolarmente apprezzata da Cassandra, il racconto da parte di Adriana e mia della storia della Beata Panacea così come ce la raccontavano le nostre nonne e con un aperitivo e una cenetta a casa nostra   cosa si può desiderare di più?







Questo post è dedicato alla mia amica Mariella che da Quarona si è trasferita in questo nostro piccolo paese e al suo compagno Roberto amico da una vita

domenica 25 settembre 2016

Fatterellando, " Un libro, un film ": Come l'acqua per il cioccolato.





Torna l'autunno e con l'autunno ritorna Fatterellando che si era preso una lunga pausa estiva...ricominciamo da " Un libro, un film" anche se la scelta di questa volta risulta un po' insolita rispetto alle scelte più classiche effettuate fino ad ora. Una stiria un po magica, leggera,  una di quelle storie che si leggono d'estate sotto l'ombrellone oppure sdraiati in un bel prato
Come l'acqua per il cioccolato di Laura Esquivel ( Non so perchè in italiano hanno cambiato il titolo in "  Dolce come il cioccolato " ) - non, non spaventatevi non si tratta della Esquivel del " Mondo di Patty " - ma di una autrice sud americana di tutt'altro livello









Forse non ho mai detto che, quando sento che mi sta arrivando l'influenza vado al super mercato e mi compro un po' di libri di quelli che io e mio marito chiamiamo " libri da febbre alta " in genere si tratta di qualche romanzo della Pilcher ( una delle scrittrici più adatte  quando si è a letto con influenza e febbre ), quando ho visto questo libro proprio pensando a una cosa del genere, libri che si leggono  quando non si sta tanto bene, oppure in treno... e invece no, invece questo libro mi è proprio piaciuto, certo non un capolavoro, non un libro da leggere e rileggere ma comunque un bel libro









.Il sottotitolo recita "Romanzo piccante in dodici puntate
con ricette, amori, e rimedi casalinghi".
Bello! Fa pensare al feuilleton di una volta, segue i mesi, le stagioni, e ogni capitolo comincia con una ricetta di cucina. Che la narrativa sudamericana abbia più volte unito la letteratura con l'amore e con il gusto per i cibi non deve sorprendere, se si pensa all'indimenticabile romanzo di Jorge Amado "Donna Flor e i suoi due mariti", in cui l'arte di unire sapori e ingredienti faceva da pretesto a tutta la tessitura dell'impianto narrativo.








Al contrario, in "Come l'acqua per il cioccolato", ci troviamo letteralmente immersi in un almanacco che rappresenta un anno di vita, di amore, e di lotta per la conquista dell'uomo amato, da parte della protagonista, Tita, che eredita dalla nonna materna l'arte del saper cucinare.
Ogni ricetta porta con sè un frammento delle vicissitudini della protagonista, episodi quasi agiografici, che ruotano intorno alla cucina, luogo del sacro, del mistero, del magico e dell'ancestrale, dove convivono realtà e prodigio.
Una lettura torrida, piccante e coinvolgente, a metà strada tra un romanzo rosa, un ricettario e un suggestivo libro di leggende.








E così, in un almanacco cadenzato e ben costruito, l'incantesimo d'amore si svolge e trova vita nella preparazione di piatti indimenticabili per attirare l'attenzione di Pedro, sposo della sorella.
Il realismo magico, tipico della letteratura sudamericana é appena accennato in questo libro delizioso non solo da leggere. L'amore di Tita per la cucina viene trasmesso a Pedro e a tutti i commensali attraverso preparazioni culinarie perfette. Una tra tutte, quella delle quaglie in petali di rosa, in cui la preparazione viene descritta non come pura tecnica, ma come insieme di sortilegio, arte ed amore. Le rose, raccolte dalle mani dello stesso Pedro, debbono essere private dei petali delicatamente, e senza pungersi, perché la presenza del sangue altererebbe il sapore del piatto, e portare pericolose reazioni chimiche.








Per questa via, l'amore, quello vero, incontaminato, puro, ardente come il fuoco e delicato come una tiepida sera di marzo, si proclama, si esplica, si esprime in tutte le sue forme, soprattutto quelle ineffabili, che non si possono narrare, e che trovano ragione di esistere nell'intimo, e di esprimersi attraverso messaggi non verbali, ma non per questo meno efficaci.
Il finale non é da rivelare, perché di lettura divertente e gustosa.








La trama

   Siamo nel Messico del 1910, in piena Rivoluzione, e seguiamo le sorti della famiglia De La Garza e dei suoi servitori, ma soprattutto di Tita, la minore di tre sorelle.
   La famiglia De La Garza è capeggiata dalla severissima Mamma Elena, capace di spaccare perfettamente un’anguria solo facendo delle incisioni sulla buccia – e già questo dovrebbe darci un’idea di che tipo di donna è questa –, che ha tre figlie: Rosaura, Gertrudis e Tita.
   L’usanza in famiglia è che la figlia minore si occupi della madre fino alla sua morte, per cui quando un ragazzo di nome Pedro Muzquiz, innamorato di Tita e profondamente ricambiato, chiede la sua mano, questa gli viene rifiutata. Mamma Elena gli propone tuttavia di sposare un’altra sorella: Rosaura.









 Pedro accetta il compromesso solo per poter rimanere vicino a Tita e vengono così celebrate le nozze. Disastrose nozze, poiché nel preparare la torta del matrimonio aiutata da Nacha, la cuoca che ha insegnato a Tita i segreti della cucina, la ragazza piange nell’impasto della torta e questo provoca una strana intossicazione: gli invitati, nel mangiarla, non possono fare a meno di ricordare il loro amore perduto, e allora un’immensa tristezza s’impadronisce di loro. Il matrimonio culmina in una vomitata collettiva (descritta con talmente tanta audacia e maestria che non fa nemmeno schifo leggerla) perché quello è l'unico modo per smettere di piangere.









   Pedro e Rosaura abitano alla fattoria dei De La Garza e Rosaura ha un figlio da Pedro. Tuttavia l’amore che Pedro prova per Tita aleggia nell’aria come i fumi della cucina, di cui Tita è diventata la responsabile dopo la morte della cuoca Nacha. Nei suoi piatti Tita trasferisce il desiderio che sente per Pedro, e in una di queste ricette (quaglie ai petali di rosa) si crea un’alchimia con la quale i ragazzi comunicano, per la quale «Tita era l’emittente, Pedro il destinatario e Gertrudis la fortunata nella quale si creava, grazie al cibo, la sintesi di questo singolare rapporto sessuale.» Per placare questa passione Gertrudis corre a fare la doccia, ma le gocce d’acqua evaporano prima di raggiungere la sua pelle. Il suo aroma di rose si espande così violentemente e velocemente che, a molta distanza, il rivoluzionario Juan sente questo irresistibile aroma, abbandona la battaglia, corre a cavallo fino alla fattoria dei De La Garza e, al suo arrivo, trova Gertrudis che gli corre incontro, ancora nuda, mentre fugge dall’incendio che il suo corpo troppo caldo ha causato nelle docce. Juan la fa salire in sella e i due si allontanano al galoppo presi da passione incontrollabile.









   Data l’attrazione palpabile fra Tita e Pedro, Mamma Elena decide che Rosaura e il marito si trasferiranno altrove. Poche settimane dopo la loro partenza giunge un terribile messaggio: il figlio di Rosaura, il nipote a cui Tita si era tanto affezionata e che aveva allattato al posto di sua sorella con del latte che era scaturito come per magia dal suo seno, è morto. Mamma Elena non si scompone alla notizia, al contrario rimane fredda come sempre, e allora tutto il risentimento che Tita prova nei suoi confronti esplode, e la ragazza la accusa di essere la colpevole della morte del nipote e fugge nella piccionaia.








   Giorni dopo Tita è come impazzita: non si è mossa dalla piccionaia, non vuole scendere, si rifiuta di parlare. Un dottore nordamericano amico di famiglia, che ha sempre avuto un debole per Tita, il dottor John Brown, va a prendere la ragazza e la porta in casa sua. Lentamente Tita si ristabilisce e, alla notizia che i rivoluzionari hanno razziato la fattoria e reso la madre paraplegica con un colpo alla schiena, decide di tornare a prendersi cura di lei con l’aiuto del dottor Brown, al quale nel frattempo si è affezionata. Nonostante le cure Mama Elena muore pochi mesi dopo e Rosaura, che ha ereditato la fattoria, e Pedro tornano in paese.






   Ricomincia la convivenza di più relazioni e gelosie: John Brown ha chiesto la mano di Tita e lei ha accettato, così Pedro è geloso per lei e Rosaura, che ha avuto un'altra figlia, è gelosa per le attenzioni del marito verso la sorella.
   Poco prima delle nozze Pedro sorprende Tita nella camera scura dove Mamma Elena era solita fare il bagno e i due finalmente fanno l’amore. Dopodiché Tita non se la sente di sposare John Brown e annulla le nozze.








   Passano gli anni e la figlia di Rosaura, Esperanza, cresce e diventa una ragazza intelligente e bella, e si salva dallo stesso destino di Tita di accudire la madre fino alla morte, perché Rosaura muore a seguito di dolori che l’affliggevano da tempo.
   Dopo il matrimonio di Esperanza la fattoria è svuotata: rimangono solo Pedro e Tita. I due fanno l’amore per l’ultima volta nella camera buia e il loro piacere e il loro amore sono tali da «accendere tutti i fiammiferi che portiamo dentro di noi», come una volta il dottor Brown aveva detto a Tita, così che i due raggiungendo il piacere perdono l’anima in quell’estasi e l’intera fattoria viene scossa dai loro corpi che iniziano a scintillare e brillare, come fuochi d’artificio.







Lo stile

   Probabilmente più che la storia in sé è stato lo stile del libro a conquistarmi. Uno stile che definirei tipicamente sudamericano, ma diverso da qualsiasi altro autore sudamericano che io abbia mai letto. Non schietto e in qualche modo semplice come Gabriel Garcìa Marquez, non naturalmente magico come Isabel Allende.








   Definirei questo libro come un sogno: si sviluppa in mezzo alla nebbia calda e umida degli odori della cucina di Tita, e come in un sogno sembra che ogni cosa abbia contorni sfocati. Gli accadimenti magici che avvengono grazie alle sue ricette sono ben accetti anche se esagerati e davvero assurdi, perché la sensazione è proprio quella di essere in un momento magico dove tutto può succedere. Non mi disturba il fatto che ci siano degli spiriti, o che delle lacrime in una torta facciano ricordare l’amore perduto, o ancora che alcuni fatti siano inspiegabili, perché questo è parte del fascino del libro.









   Il modo di pensare e di prendere la vita della scrittrice traspare in queste righe, e ancora devo dire che è un modo che ho ritrovato in tutti i romanzi di autori sudamericani. Forse è per questo che mi ci ritrovo così bene, è un atteggiamento che un popolo intero condivide . Questo atteggiamento è qualcosa che condivido, anche se non so come spiegarlo a parole. Se avete letto un qualsiasi romanzo di un autore sudamericano potete capirmi: è quella sensazione di vivere in un mondo dove tutto è naturale e semplice, dove i grandi avvenimenti che sconvolgono il nostro mondo hanno, paradossalmente, meno importanza dei piccoli dettagli e delle storie personali che ognuno si porta dietro.







I personaggi

   Non so chi sia il vero protagonista di questa storia, se la cucina o l’amore. È la prima volta che mi viene da considerare protagonista qualcosa come l’amore o la cucina e non un personaggio nel senso classico del termine. Il fatto è che nel romanzo la cucina dipende dall’amore e l’amore dalla cucina, ed è grazie a questi due elementi che la storia va avanti, più che grazie ai personaggi.
   Per di più, come al solito (non è una novità) la mia Intolleranza ai Protagonisti mi ha fatto detestare un po’ Tita e verso la fine anche Pedro. Invece ho adorato Mamma Elena, la serva Chencha e la sorella maggiore Gertrudis.









   Tita, a mio parere, è fin troppo buona. Il fatto che anche dopo tutto quello che Mamma Elena e Rosaura le hanno fatto lei ancora le aiuti e provi pena per loro è assurdo! La rende uno di quei personaggi forzatamente buoni, una di quelle persone perfette che non provano rabbia contro gli altri e sono invece inclini a perdonare e porgere l’altra guancia. Non che persone del genere non esistano (anche se io personalmente non ne ho mai conosciuta nessuna) ma nei libri i personaggi troppo perfetti mi danno fastidio, mi creano una sorta di insopportabile irritazione.








   Inoltre mi ha infastidito il rapporto fra Tita e Rosaura, o meglio, l’atteggiamento che Tita ha con Rosaura e la descrizione del carattere di quest’ultima. Tutti i pregi sono andati a Tita e tutti i difetti a Rosaura, tanto che la sorella maggiore è quella grassa, brutta e cattiva che fa le puzze e ha l’alitosi. Mi sembra un modo davvero esagerato e infantile per rendere un personaggio negativo, e questa sensazione di infantilità viene amplificata dal comportamento di Tita, che le rinfaccia le cose come se fosse un bambina di otto anni.









   Invece la prostituta/soldatessa Gertrudis figlia segreta del Mulatto mi ha conquistata, e anche la pettegola e dolce Chencha.
   La mia preferita fra tutte queste donne, comunque, rimane la più cattiva: Mamma Elena. Perché non si può non rispettare una donna che sa tagliare l’anguria a fette precise solo incidendo la buccia! A parte questo fondamentale punto, Mamma Elena è uno dei personaggi con più sfaccettature che ci sono nella storia. Suppongo che questo sia uno dei punti a favore dei personaggi che sembrano così rigidi e inquadrati: all’improvviso viene mostrato un lato di loro che nessuno conosceva, ed è giusto così, perché nessuno ha una sola sfaccettatura! Per di più Mamma Elena è una madre, e tutte le madri hanno dei segreti, per cui quando scopriamo il suo ognuno di noi - madri o figli - può ben calarsi nella parte di Elena o di Tita. La storia di Mamma Elena e del Mulatto è una delle mie preferite, seguita subito dopo da quella di Gertrudis e del soldato Juan.








In conclusione…

   “Come l’acqua per il cioccolato” è uno di quei romanzi da leggere una sola volta nella vita, perché future riletture rovinerebbero il libro.
   Dalle riletture ci aspettiamo molto, siamo davvero pretenziosi: vogliamo che un libro ci emozioni come la prima volta, ma questo non è possibile perché sappiamo come andrà a finire e non c’è più la sorpresa! Non sarà mai come la prima volta! E non è certamente un libro che in letture successive alla prima può svelare nuove tematiche o emozioni.
   “Dolce come il cioccolato” è uno di quei libri che non voglio rovinare con delle riletture, che ci fanno vedere il tutto sotto un luce diversa, la luce della ragione e non quella della passione. Lo voglio conservare nella memoria assieme a tutti i sentimenti che mi ha fatto provare alla prima volta, senza che venga “annacquato” da ragionamenti a posteriori.
   In fondo così accade con la cucina: nessuno potrà mai cucinare nello stesso identico modo le Quaglie ai Petali di Rosa, il Brodo di Coda di Bue o i Peperoni in Salsa di Noci, per cui è meglio gustarli con la maggior attenzione possibile e conservarne il ricordo fino a che non finiamo la nostra scatola di fiammiferi.









La ricetta



La ricetta proposta da questo libro da rifare assolutamente? Beh! Io direi "Le quaglie ai petali di rosa" capaci di portare una passione sfrenata già al primo morso.
Io le ho cucinate...provare per credere!


«D’un tratto sentì chiaramente la voce di Nacha, che le dettava una ricetta preispanica dove si utilizzavano i petali di rosa. Tita l’aveva mezza scordata, giacché per farla ci volevano i fagiani, e nel rancio non si era mai allevato questa specie di volatile.
L’unica cosa disponibile al momento erano le quaglie, di modo che si decise di alterare leggermente la ricetta, a patto di utilizzare i fiori.»



Cuoco: Laura Esquivel

Ingredienti:

-          12 rose, preferibilmente rosse
-          12 castagne
-          2 cucchiai di burro
-          2 cucchiai di fecola di mais
-          2 gocce d’essenza di rose
-          2 cucchiai di anice
-          2 cucchiai di miele
-          2 teste d’aglio
-          6 quaglie
-          1 pithaya rossa


Preparazione:

«Spennare le quaglie, sviscerarle e metterle a friggere. Si leghino le zampe, perché l’uccello conservi una postura graziosa allorché messo a dorare nel burro, con una spolverata di pepe e sale a piacere.

Si stacchino con cura i petali dalle rose, in modo da non pungersi le dita. Una volta sfogliati, si macinano assieme all’anice.

 A parte, le castagne si mettono a dorare, sgusciate, e si cuociono in acqua. Dopodiché le si riduce in purea. L’aglio sarà tritato finemente e messo a dorare nel burro; una volta ben fritto gli si aggiunge la purea di castagne, il miele, la pithaya macinata, i petali di rosa, e sale a piacimento. Per addensare un poco la salsa, vi si possono aggiungere due cucchiaiate di fecola di mais. Infine, si passa per un setaccio e vi si aggiungono solo due gocce d’essenza di rose, non di più.

Quando la salsa è ben condita si ritiri dal fuoco. Le quagli saranno immerse nella salsa per soli dieci minuti, perché se impregnino del suo sapore, dopodiché saranno tolte. Queste si mettono in un vassoio, gli si versa la salsa e si decorano con una rosa intera al centro e con petali ai lati, oppure si possono servire direttamente in un piatto individuale invece di usare il vassoio.»



Dove trovarla: nei ranci disseminati nella riarsa campagna argentina



Effetti della pietanza: «A Gertrudis successe qualcosa di bizzarro. Sembrava che l’alimento che stava ingerendo produceva in lei un effetto afrodisiaco, tanto che iniziò a sentire un calore intenso invaderle le gambe.
Sentì un’imperiosa necessità di fare un bagno e corse a prepararlo.
Il calore che esalava il suo corpo era talmente intenso che, presa dal panico di morire arsa dalle fiamme fuggì via correndo dalla stanza, così com’era, completamente nuda.
Juan abbandonò il campo di battaglia senza sapere perché. Una forza superiore controllava le sue azioni. Lo guidava l’odore del corpo di Gertrude. Arrivò giusto in tempo per scoprirla mentre correva in mezzo alla campagna.»
Senza smettere di galoppare per non perder tempo, si inclinò, la afferrò per la vita, la montò a cavallo davanti a sé sistemandola  in modo da stare faccia a faccia, e se la portò via.
Il movimento del cavallo si confondeva con quello dei loro corpi mentre realizzavano la loro prima copulazione in pieno galoppo e con alto coefficiente di difficoltà.»



L’Opinione: «Da quel giorno le quaglie ai petali di rosa diventarono un muto ricordo di questa esperienza affascinante. Tita le cucinava ogni anno come omaggio alla libertà che sua sorella aveva conquistato, e curava con speciale puntiglio la decorazione delle quaglie.»










La curiosità di Antonella


Una nota di merito va all'edizione italiana del film che ha scelto di mantenere fedele il titolo originale traducendolo letteralmente. L'infelice traduzione del libro ( Dolce come il cioccolato )  purtroppo si allontana molto dal significato della tipica espressione sud - americana, come agua para chocolate, che attraverso la metafora dell'acqua che raggiunge l'ebollizione durante la preparazione di una cioccolata calda ( in Sud - America la cioccolata si prepara con l'acqua e non con il latte ), è intesa con il significato di " bollire di rabbia" La frase però assume anche altre connotazioni che la legano alla passione, all'eccitazione sessuale e, non per ultimo, alla perfezione tra due cose o persone quando per magia si uniscono creando una delizia bollente come l'acqua per fare la cioccolata calda.








Ora come di consueto vi invito a passare da Audrey che vi farà scoprire tutto sul film tratto da questo libro.

( Immagini dal web )









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giovedì 22 settembre 2016

Robert Redford: grande artista, grande uomo.





In Come eravamo di Sidney Pollak, del 1973,, Redford è uno studente che scrive un racconto. L'incipit " Egli era come la nazione in cui viveva, aveva avuto tutto troppo facilmente. " E' una definizione che gli si addice ma che non deriva da un privilegio di nascita, perchè la sua era una famiglia modesta, ma dal talento quando si sposa con l'intelligenza. Una chimica che, bene applicata, ti fa correre veloce.








Fra le esperienze giovanili, diciamo formative, di Robert ( che ha festeggiato gli 80'anni 
il 18 agosto, periodo in cui il blog era in pausa, ragione per cui gli dedico oggi il mio tributo ) c'è una permanenza in Italia e una in Francia. Se in questi posti stai attento, ti guardi in giro, e sai vedere e ascoltare, hai sicuramente assunto anche una piccola parte di quelle culture che fanno di te un americano diverso, quando te ne torni in California.









Poi c'è la professione, abbastanza conforme al percorso dei divi: un po' di teatro, di televisione, certo di qualità, come la serie di Perry Mason e Alfred Hichcock. E poi il cinema: dopo un paio di piccoli ruoli Redford ne copre uno importante ne La caccia, dove si confronta, senza sfigurare, con Marlom Brando, e dove incontra Jane Fonda, che sarà sua partner in A piedi nudi nel parco, il film che gli farà fare il salto di qualità. E' un ruolo leggero e Redford aspira a ben altro.









Che arriva. Trattasi di Butch Cassidy, il western di Roy Hill, dove se la gioca ( quasi ) alla pari con Paul Newman.









E' il 1969 e Robert ha 33 anni. E ormai è nel cartello dei divi, quelli che vai a vedere comunque, senza prestare attenzione al titolo del film. Il suo personaggio si consolida nei primi anni settanta quando è presente in tre capolavori:
Come eravamo









Il Grande Gatsby









La stangata









E così l'attore assurge alla parte alta del cartello. Dove lo spazio contiene tre o quattro nomi, non di più.Diventa indispensabile, a questo punto, appuntarsi sulla divisa da cineasta la medaglia dell'Oscar. Che arriva, in un certo senso anomala, perchè Redford se la vede attribuire per Gente comune sua prima firma da regista nel 1980.









Adesso, consolidata la posizione di artista, occorre avanzare, impegnarsi nella cultura e nel sociale, fare qualche cosa dal vivo e non soltanto dallo schermo. Redford diventa uno dei grandi modelli progressisti, un democratico avanzato, di sinistra tattile, con molti amici e qualche nemico. Guarda ai diritti civili, all'ecologia, alle etnie e ai giovani.









Investe tanto denaro a perdere fondando il Sundance Intitute, che ha sostenuto, e sostiene, il cinema indipendente offrendo la possibilità di emergere ad autori come Jim Jarmusch, Steve Soderbergh e allo stesso Tarantino.









Assunta dunque una profonda consapevolezza sociale Redford si impegnerò quasi sempre in ruoli in quel senso. In Tutti gli uomini del Presidente è Bob Woodward, il giornalista che con Carl Bernstein scoperchiò gli intrighi del Watergate.









Ne I tre giorni del condor si pone contro l'ambiguità e la prepotenza della Cia.









Nel Cavaliere elettrico libera fra le montagne un purosangue sfruttato da una multinazionale del cibo.









In Quiz show smaschera le pratiche corrotte di una certa televisione. Dunque impegno e denuncia, continui. Grande artista, grande uomo.









Se dalle sue performance devo estrarne immediatamente una dalla memoria ( a parte il Grande Gatsby, di cui ho già parlato a lungo in altro post ) ne scelgo una che non lo rappresenta come soggetto sociale, ma romantico. Il film è Havana, opera perfetta, perchè tutto contiene: la politica, la Storia, l'avventura e il sentimento. Fine anno 1959 Castro sta per arrivare e Cuba lo sa: lo sanno i turisti, i contadini, i militari, il popolo tutto e lo sa il dittatore Batista. Redford è un giocatore, si innamora di un'americana ( Lena Olin ) che è a Cuba per fare la rivoluzione.








Quando tutto sta per esplodere e occorre lasciare l'isola i due si affrontano. Lei è tutta impegno, ideali e sacrificio, lui è un borghese pragmatico, pensa a se stesso. Lei porta i suoi argomenti da pasionaria. Lui le dice " Vuoi cambiare il mondo? Cambia il mio. " E lei cede. L'amore vale la rivoluzione, anzi la supera. Certo, se c'è di mezzo Robert Redford!









Una digressione ad inquadrarlo storicamente. Credo che rappresenti come nessuno le ultime epoche del cinema. Così come un Gary Cooper segnava la prima età dell'oro: modello felice e affidabile che si prese carico nei suoi ruoli di ridare speranza ad una nazione devastata dalla crisi del '29. Il cinema di Roosevelt. E poi Paul Newman, l'attore del cambiamento, del dopo guerra, il ribelle della presa di coscienza di una società destinata, anche a soffrire. E' lui che ha passato il testimone a Redford, che ha colto quell'eredità aggiornandola.

































Nessuno, come questi tre ha agito da esempio
e da identificatore. E volendo cercare un erede credo...ci si perda. Io, per lo meno non riesco a rintracciarlo. Qualche nome? Clooney, Deep, Cruise, Pitt, Di Caprio. No, Redford è un'altra cosa.





( Immagini dal web )

Piemontesità

Piemontesità
" ...ma i veri viaggiatori partono per partire, s'allontanano come palloni, al loro destino mai cercano di sfuggire, e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!..." ( C.Boudelaire da " Il viaggio")